Il bisogno dell'essere umano di esprimersi fin dagli albori della civiltà, prima della scrittura, fu estetica: mani sulle pareti, le prime pitture rupestri...
Oggi nell'era dell'imperiosa immagine ormai superdigitale(mi piacerebbe capire come digitale, cioè dal dito sia diventata...) il lavoro pittorico di Amarildo Ruçi ci riporta all'istintivo bisogno di comunicare tramite le immagini senza filtri e strumenti, con le sue dita, unghie comprese, sicuro, veloce, dimostra oggi il suo talento. Le sue origini balcaniche e la sua "ingenuità concettuale" sono ben rappresentate in questa mostra con tre cicli di lavori.
Il primo (2016) una rappresentazione, quasi sconcertante, di una pittura assolutamente istintiva e naïf, dal leone alla figura umana, una faticosa stratificazione di gesti con ottimo risultato.
Il secondo è un racconto ludico. Il gioco del mondo, che tutti i ragazzi, prima dell'avvento del web hanno praticato, disegnando con un gesso sul pavimento e dopo aver lanciato un sasso, saltavano sul mondo. Un approccio alla pittura con regole geometriche e astrazione del numero, visibile nell'opera XXX: un racconto da destra a sinistra, dall'alto in bass, da un primo quadrato che contiene un punto, l'idea di nascita in uno spazio, il cerchio nel quadrato, idea già di un esser nel ventre materno, l'evoluzione del cerchio che si libera dal quadrato fino a distaccarsi e lentamente per ritornare poi all'origine.
Il terzo ciclo (2019) sono le "sospensioni". Un rapporto tra la materia e lo spirito. La possibilità di liberarsi dal proprio limite. Qui si può leggere bene la visionarietà che l'artista esprime, tra il fantastico, il surreale e un tocco di pop.
Bruno Grossetti